Castelli, ville e giardini di Liguria

Villa Gavotti della Rovere ad Albisola Superiore

Villa Gavotti venne fatta costruire nel Settecento da Francesco Maria della Rovere sull'area dove sorgeva un edificio quattrocentesco, chiamato la cà Grande, ritenuto casa natale di Giuliano della Rovere, divenuto Papa Giulio II, il pontefice umanista, mecenate di Michelangelo e di Bramante.
La sua presenza s'inscrive in un grandioso progetto, voluto dalle famiglie Della Rovere e Gavotti, teso a trasformare una vasta porzione del territorio di Albisola in un’unità dove paesaggio, agricoltura, arte, architettura venivano riproposti innovati sulla scia del gusto dei secoli dei lumi. Attorno alla villa, su un territorio paludoso e soggetto alle piene dei due torrenti, il Sansobbia e il Riobasco, furono costruite le arginature, ristretti gli alvei, scavati canali per la raccolta e l’utilizzo delle acque. Queste opere vennero intraprese per bonificare i terreni già coltivi e acquisire nuovo terreno agrario, in cui furono rifatte o riadattate le abitazioni rustiche.
Le case e i muri lungo le strade furono ingentiliti con intonaci colorati giallo arancio, scanditi da elementi architettonici, affrescati in chiaro scuro. Ai quadrivi gli ingressi furono abbelliti con esedre, vasi, cancelli.
La villa nacque su una costruzione risalente al XV secolo: dell’antico edificio rimangono ancora tracce delle mura, del piede della torre e dei piani, sfalsati rispetto agli attuali più alti e imponenti. Gerolamo Brusco, architetto della Serenissima Repubblica di Genova, disegnò e diresse i lavori di trasformazione.
Aggiunse al vecchio edificio due lunghi corpi ad un piano, che, partendo da un lato, cingono e racchiudono il giardino all’italiana, e alleggerì la prospettiva su strada mediante il prolungamento di un’ala del corpo di fabbrica terminante con una cappella. Integrò le nuove strutture con terrazze ingentilite da balaustre marmoree, animate dai sinuosi e morbidi tratti rococò e ornate con statue e vasi di marmo, opera dei carraresi Lorenzo Ferzetti e dei fratelli Antonio e Francesco Binelli.
Il centro della prospettiva, precedentemente riferita al palazzo, venne spostato all’asse del giardino: dalle terrazze si scende per due scalinate simmetriche, che si incontrano sul piano rialzato della fontana “1a peschiera”; qui a modo di palcoscenico si dilatano gli spazi e lo sguardo si dirige verso un imponente grottesco, dominato da Ercole in lotta con il Leone Nemeo. Le parti esterne furono festosamente colorate con una calda tinta giallo arancio e decorate intorno alle ampie finestre con chiare cornici in affresco, dai timpani slanciati, alleggeriti da fiori e da ornamenti in chiaro scuro.
Il giardino venne adornato con sirene e delfini che gettano acqua nelle fontane marmoree, con grandi vasi di terracotta festonati. Le pietre dei grotteschi e le stalattiti provengono dalle grotte naturali dell’entroterra.
Gli interni riflettono ancor più dell’esterno, per eleganza e preziosità, l’adesione al mondo arcadico: le sale sono dedicate infatti alle stagioni ed alla natura. La sala della Primavera ha capitelli sormontati da vasi, foggiati con originale fantasia. L’Estate è adorna di putti, che mietono il grano; sulla volta alberi, carichi di frutti, si alzano in altorilievo. Nell’Autunno, tralci carichi d’uva partono da capitelli, da tini, da cesti si estendono sulla volta e vanno ad incorniciare la parete e le ampie finestre. Queste sale si aprono in uno dei due corpi di fabbrica che circondano il giardino, quasi a costituirne una sorta di continuità. Di fronte, nel corpo a sud, l’Inverno mostra pareti ricoperte da rocce e da stalattiti e celati tra queste alcuni specchi ampliano le prospettive e le luci che si riflettono da candelabri a forma di rami di corallo. Gli stucchi sono di mano dei fratelli Porta, decoratori lombardi. Con loro e dopo di loro, a più riprese, anche nel secolo successivo, lavorarono tra gli altri i fratelli Betalini, Gaspare Astengo, Bartolomeo Bagutti e Alessandro Bolina. La decorazione degli altri ambienti fu probabilmente eseguita su disegni degli stessi e realizzata in parte nello stesso periodo, in parte in tempi successivi, da decoratori per lo più genovesi. Per leggerezza e finezza dell’ornato spiccano il salotto dei Papi, l’alcova, il salotto della Dogaressa in onore di Caterina Negrone, il grande salone al primo piano, adorno di busti in marmo, la stanza delle favorite, dove fanno mostra in belle cornici sagomate ritratti di dame francesi.
Nella cappella, con l’altare ornato in perfetto rococò genovese sopra cui si alza l’altorilievo con Santa Caterina, opera di Francesco Schiaffino, si ritrovano gli stessi moduli decorativi, presenti negli altri ambienti.
La quadreria della villa è formata per lo più da ritratti di personaggi delle famiglie che si sono succedute nella proprietà.
Tra le opere figurative meritano un cenno particolare gli affreschi che Andrea Levantino dipinse negli sguinci delle porte. All’illustre ceramista albisolese si deve il disegno delle maioliche dei pavimenti di alcuni ambienti ed il rivestimento, sempre in ceramica, all’interno dei caminetti. L’elegante mobilio, proprio della villa, ripete le forme e i colori degli stucchi delle sale, di cui era elemento complementare della decorazione. Fu realizzato da artigiani e mobilieri genovesi, mentre i bracci da illuminazione, dalle libere forme fantastiche, furono come, altri arredi intagliati, creazione del maestro del legno Carlo Scotto. Pregevoli, tra i vari pezzi, le cornici delle specchiere, inserite nei muri delle stanze e le consolles.
Francesco Maria della Rovere dedicò a questa sua prediletta dimora ogni cura, profondendo 116.000 zecchini d’oro di Venezia nei lavori, che seguì anche quando, elevato al dogato, visse continuativamente a Genova. Consapevole dell’importanza delle sue iniziative e certo di non poterle portare a termine, istituì una primogenitura, con l’obbligo per gli eredi di continuare il nome della sua famiglia e la sua opera. Dopo la sua morte, nel 1766, la vedova Caterina Negrone, figlia del doge Domenico, interpretò le volontà del marito assegnando la primogenitura al figlio della sorella. Da questi, alcuni anni dopo, pervenne ai Gavotti, famiglia genovese e savonese, legata già da antichi vincoli di parentela con i della Rovere. I lavori, prima così intensi, furono sospesi negli ultimi anni del secolo.
Sia le gravi conseguenze delle crisi finanziarie della Spagna e della Francia, sia le ben più sconvolgenti vicende della rivoluzione francese ne sconsigliarono il proseguimento. Solo verso la fine del periodo napoleonico Luigi Maria Gavotti poté restaurare quanto era stato guastato e riprendere i lavori interrotti. La villa tornò così ad essere un ospitale punto d’incontro per letterati e artisti.

Servizi

Location per eventi privati e matrimoni.

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La Villa non è attualmente visitabile per restauri.

Visite guidate su prenotazione.

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